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      itaeng
FoodAddict

 

FASHION FILM FOCUS:

JUNK: A STATE OF MIND

Immaginate che il mondo sia diviso da una linea che separa due metà relativamente uguali, relativamente diverse. L'essere umano è allo stremo della sua capacità d'intelletto, trasportando l'involucro che è il suo corpo all'interno di una società fatta di luce, oscurata dall'ombra. L'unico elemento che permette ai due mondi di entrare simbolicamente in connessione è l'oggetto. La chiave del benessere che prende forma nell'agiatezza distorta della modernità.
Immaginate poi il più antico concetto di mondi differenti, che si trasformano in classi differenti e la maniera in cui gli oggetti assumono tutt'altro valore nel microcosmo di chi vi abita. Allora veniamo catapultati nel primo scenario in cui l'underground impera sulla luce che con difficoltà cerca di mostrarsi. L'aura intorno all'individuo si fa opaca assumendo un carattere quasi degenerante di notte conturbante. Un supermercato come luogo di passaggio in cui circondarsi di quegli elementi che rendono noi esseri umani simili a delle scatolette pronte per essere imballate. Ed ecco che tra gli scaffali compare una pelliccia assemblata di cui Kienholz, esponente massimo della Junk Art, sarebbe stato assai fiero. Sembra quasi di rivedere uno dei suoi tableaux vivant resi contemporanei dalla presenza dei marchi delle multinazionali.

 

 

Orrore, degrado, smembramento dell'io a favore di una felicità apparente in cui galleggiare nel più vasto junk. Nella più totale imperfezione di una musica distorta che provoca una sensazione di claustrofobia al sol sentirla e ci sentiamo catapultati nel vertigo dei nostri stessi vizi. Sigarette, soldi, spazzatura di ogni tipo che inglobiamo dentro noi e più è junk e più ci piace.
Non trovando pace nel primo scenario, la luce si rifugia in una seconda ambientazione composta di quel luccichio pop volutamente junk chic, come anche i tessuti che abbracciano i corpi degli individui e su cui appoggiano i loro piedi. Il regno dell'imperfezione costruito a immagine e somiglianza di una serie tv anni '80-'90 in cui un gruppo di ragazzi convivono in un disordine armonioso e il junk food prende le sembianze di una sana bevuta dalla bottiglia del latte diventando sinonimo di ricchezza. Eppure al di sotto di questa patina si può quasi scorgere Solomon mentre mangia spaghetti all'interno della sua vasca da bagno nel primo lungometraggio di Harmony Korine "Gummo". Vite al limite della civiltà in uno scenario crudo e nichilista. Con la differenza che qui è la sola spazzatura e nessuna patina brillante sopra a prendere il sopravvento.

 

 

Nelle nostre vite è il junk in versione chic a dominare le nostre abitudini, apparentemente semplici eppure profondamente degradate da ciò che noi stessi decidiamo di inglobare all'interno di quell'involucro ormai a sé stante che è il nostro corpo.

 


credit: Elena Usai