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REPORTAGE FROM NEW YORK:

LIGHT IT UP


New York doveva essere diversa, non poteva semplicemente sapere di un profumo diverso, doveva anche giocare con la luce.
Di notte si accende e di giorno deve farsi spazio tra questi grandi mostri che a gara spalleggiano per non lasciarla passare.
Finisce per sapere di finzione, come la maggior parte delle cose qui. Artificiale, finta, un retrogusto di menzogna! troppo forte.
Come una puttana che di giorno non guadagna niente e deve rifarsi durante il buio.
Trasforma la notte in giorno e durante l'arco della giornata fa una fatica immensa a infiltrarsi tra smog e grattacieli. La mattina la intravedi inseguire una forma, tagliare la città, cerca di specchiarsi e tu per vederla non puoi che cercarla in alto alto, che si guarda in quei vetri tanto lontani.
MI piace perché sa di esagerato, mi piace perché anche la più naturale delle cose si mostra come un inganno. ma va bene. E' ciò che tiene accesa la città, quel qualcosa che la tiene sveglia, amalgama ventiquattr'ore in modo da confonderci. Un circo di luci psichedeliche e di luci filtrate che non ci permettono di capire più sotto che effetto siamo inciampati.
Mi piace vedere come Manhattan trasforma il suo mood in base al cambiare delle ore.. ed è forse più interessante vedere come la gente cambia con essa.
ho un negozietto sotto casa che di giorno non dice nulla.. non sa da niente. Non ha quasi valore, poi alle 8 si illumina, il festival delle lampadine.. di notte diventa un misto tra un carro delle parate e il capodanno cinese. Cade ne chic, scade. Non ci sono travestimenti qui, ogni giorno è carnevale e tutto e niente è concesso. Però la notte, sembra quasi si sappia sottovoce, come in segreto, di poter provare ad esagerare un pizzico in più. La notte permette di sperimentare più azzardatamente!! nascosti dalla mondanità ci si sbizzarrisce sapendo di potersi mimetizzare meglio nel buio.
La cosa bella di New York è che in qualsiasi caso, che tu voglia o no, resti parte di quel niente che è pur sempre bello tentare di accendere.



credit: Paola Libardoni