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SpiritSmoke

 

REPORTAGE FROM NEW YORK:

UNCOMBED THOUGHTS di Paola Libardoni

 

 

Non c'è un modo di pensare unico, a New York. Per capirla, questa città, devi viverla, e una volta fatta tua puoi decidere di pensarla in maniera differente ogni volta che vuoi. Immaginandomi questa città da lontano pensavo alla sua forma, ai suoi sapori, ai suoi rumori, alle superfici.. A come taglia il cielo, in che modo lo spezza, come ritaglia la luce, come filtra i colori e li rende diversi. La realtà è che quando arrivi a New York ti si accendono i sensi, impari a scoprire sensazioni che prima non pensavi esistessero.
Il paradosso è la leggerezza in cui New York precipita, c'è questa decadenza dell'integrità individuale, della cultura contemporanea, mi correggo: delle culture. Le persone si precipitano con i propri sogni, la speranza di diventare qualcuno e la sensazione di essere già qualcuno, solo per il fatto di essere arrivato fin qui. Io mi sono sentita piccola, con la presunzione sulle spalle di mostrare a questa città cosa valgo. Ho la netta sensazione di essere stata gettata in un mondo, perché New York è un mondo intero, troppo utopico però.
New York è molteplice, decidi tu cosa è per te; New York è diversa per ognuno di noi. Crolli e piombi in questa idea, in questa moda decisamente entusiasmante ma che purtroppo non esiste. Questo paese è uno stile di vita, un fatiscente via vai di pensieri. Consideriamo questa città come una delle capitali della moda.. Lo stilista, chi è? Esiste forse ancora la figura di 'colui che il tessuto'.. esiste forse ancora l'idea che è il solo a dettare?.. Esiste una spiritualità personale che rende l'individuo lo stilista della propria vita.
Si mescolano le idee e si conoscono immagini, emozioni che si vestono e ti investono. Basta poco per sentirsi insensibili al mondo, per concepirsi soli in questa città desensibilizzata al nuovo. Lo stupore marcisce e il pensiero di una rivoluzione della moda è ormai impalpabile, impensabile e forse impossibile. New York rimane la passerella personale di quelle persone creative che decidono di mescolarsi alla particolarità di altra gente per cercare di emergere tra tutte. Ciò che affascina è l'errore, lo sbaglio di essere diversi.. Il brutto che trasforma la creazione in qualcosa che attira l'attenzione, e se fa parlare tanto meglio.
Un individualismo che non esiste più, un uragano di distruzione mentale che porta a innervosire lo spettatore, proprio quello che dopo essersi abituato a questa nebbia mentale e confusionale alza il medio al mondo, tremano le gambe e urla la mente! E mentre prima non combinava nulla, il suo atteggiamento di menefreghismo lo rende automaticamente interessante per il suo errore di abbandonarsi a se stesso senza dover convincere altri.
In una città come questa il bello è saper digrignare i denti nei confronti del ''particolare diventato commerciale'' e darci dentro macinando la propria realtà e sfogando il proprio essere. L'idea del copiare ormai è effimera e scontata.. La gente si fuma gli ideali che il cinema e noi stessi eravamo andati a creare. Quei miti che sappiamo non torneranno più perché concentravano l'eleganza di un fascino non del tutto definito, troppe realtà nascoste che rendevano ammaliante la loro presenza.
Il problema è che forse l'uomo si è autodesensibilizzato, congelato di capacità. C'è una vena di misantropia che caratterizza quest'aria inquinata, che puzza di carogna. Si trovano più sbagli nel seguire ciò che si prova che nell'ipocrisia di ciò che si sente di essere. O di ciò che si vorrebbe essere visto questo ripetuto adattamento, facile e comodo alle inclinazioni. Esprimersi pur non avendo l'ansia di doverlo fare è il modo più efficace di arrivare per quello che si è senza investire tempo in un costume che non è il nostro.
L'apparenza non ci inganna più, si vuole entrare nel profondo e per farlo bisogna avere la spavalderia di esprimersi nel modo peggiore. Convincersi di essere un autoerrore per il fatto di esserci rassegnati alla mondanità è in qualche modo la soddisfazione più grande, il primo passo per poter capire chi, in questo grande e malato mondo, siamo diventati, volendo rispecchiare solamente una brutta copia di noi.
Buttarsi nell'errore di essere se stessi è forse l'equivoco più bello che si possa fare..




credit: Paola Libardoni